LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Joe Lovano (sax), Ava Mendoza (chitarra), Chad Taylor (batteria), Sebatian Steinberg (basso), Marc Ribot (chitarra), foto di Elena Carminati]

Bergamo Jazz 2025 “Sounds Of Joy”
[Direzione artistica di Joe Lovano]
Bergamo, vari luoghi, dal 20 al 23 marzo 2025
Ce n’è stato per tutti i gusti al Bergamo Jazz 2025, quarantaseiesima edizione di uno dei festival più longevi e importanti della penisola. All’insegna del “sound of joy” a cui s’è ispirato il direttore artistico e grande sassofonista Joe Lovano (da tempo la rassegna bergamasca affida a noti jazzisti la direzione artistica, coadiuvati da Roberto Valentino) si è passati dal mainstream allo sperimentale, dal rock progressive (gli Stick Men di Tony Levin) all’ambient (Tania Giannouli & Nik Bartsch Duo) e al folk classicheggiante (Sara Calvanelli e Virginia Sutera), da jazzisti maturi che hanno fatto la storia a giovani talenti, dalle esibizioni in solitaria a quelle di più o meno nutriti gruppi, dallo strumentale al canto (e in diversi luoghi: il Teatro Donizetti - acustica superlativa - nella Città Bassa e il Teatro Sociale nella Città Alta; poi l’Auditorium, l’Accademia Carrara, il Teatro S. Andrea, la Sala Piatti, il Circolino e i locali NXT, Daste e Legami).
Il gruppo che raccoglie in sé un po’ tutte le diverse caratteristiche del cartellone, e che quindi potrebbe assurgere a emblema di questa edizione, è il Fearless Five di Enrico Rava: l’ottantacinquenne trombettista, che ha raggiunto da tempo una sua smagliante classicità, guida da un paio d’anni un gruppo di giovani (a parte il contrabbassista Francesco Ponticelli, pure lui impostato classicamente con cavata energica e agile bounce) dediti a ricerca e sperimentazione: Francesco Diodati per l’ispidezza materica dei suoni metallici e distorti della chitarra; Matteo Paggi per un’emancipata spavalderia coniugata con perizia, sicurezza, intensità e confidenza negli stilemi del passato classico, mescolando Roswell Rudd con Trummy Young; ed Evita Polidoro per l’abile e policromo drumming pieno di guizzi inaspettati. Rava, che mantiene le sue storiche peculiarità, cioè la liricità, la splendida sonorità e il fraseggio che spazia dal disegno di semplici e distese linee melodiche a quello di intricati arzigogoli (comprese le mitragliate sui sovracuti con cui costruisce episodi simil-free), dirige i compagni, ma anche si fa dirigere, ognuno portando la propria idea di musica inserendosi negli altrui costrutti, contemporaneamente aperto a farsi condizionare, in questa maniera integrandosi vicendevolmente alla perfezione. In un brano il direttore artistico Joe Lovano ha affiancato con estrema efficacia il gruppo: a differenza dell’edizione dello scorso anno, quando pure era direttore artistico, il sassofonista non ha lesinato a partecipare come ospite alle esibizioni di diversi altre compagini in rassegna, sempre al soprano: con i gruppi di Danilo Pérez, Marc Ribot e Dianee Reeves.
Di indirizzo modern mainstream, due sono stati i gruppi principali: il trio del pianista Antonio Faraò e The Cookers.
Faraò, accompagnato da Ameen Saleem al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria, ha presentato brani quasi tutti da lui composti presi dal suo recente disco “Tributes” (dove John Patitucci è al posto di Saleem), attraverso i quali rende omaggio ai pianisti che più lo hanno influenzato: Herbie Hancock, Chick Corea e McCoy Tyner. Ne scaturisce un pianismo a tratti spettacolare per l’articolato e fitto fraseggiare senza pause, ricco di inventiva e incessante propulsione, dove risuonano gli echi di tutti i suoi modelli, catalizzatori per la creazione di un tumultuoso e virtuosistico stile personale.
The Cookers, settetto che riunisce alcuni dei più rappresentativi esponenti dell’hard bop degli anni Sessanta e Settanta, una all-star con Eddie Henderson e David Weiss alle trombe, Azar Lawrence al sax tenore, Donald Harrison al sax alto, George Cables al pianoforte, Cecil McBee al contrabbasso e Billy Hart alla batteria, non si sono discostati dal jazz che ognuno produceva negli anni d’oro, mantenendo la stessa verve e gli stessi suoni pieni e robusti, che non di rado mancano ai musicisti delle nuove generazioni. I brani, perlopiù composti da loro (McBee e Cables) e da Freddie Hubbard, ben strutturati in arrangiamenti efficaci, hanno il compito di lanciare gli assoli che i vari componenti prendono di volta in volta con cipiglio bop e swingante vigore (l’ottantaquattrenne Hart, che alla batteria fu anche con McCoy Tyner e Wayne Shorter, è ammirevole per la forza e la spinta incessantemente prodotte).
Ancora sulla falsariga mainstream sono stati due dei concerti inseriti all’interno del festival sotto l’insegna Scintille di Jazz, una mini rassegna nella rassegna, volta a presentare musicisti italiani, perlopiù nuovi talenti, con la direzione artistica di Tino Tracanna: il Maniscalco Trio con Pietro Tonolo special guest, e il quartetto di Nicholas Lecchi (gli unici due che abbiamo potuto ascoltare della mini rassegna, per l’accavallarsi degli eventi in programma).
Bella commistione, di intenti e di poetica, quella fra il trio del pianista Emanuele Maniscalco (con Francesco Bordignon al contrabbasso e Oliver Laumann alla batteria) e l’ospite tenor sassofonista Tonolo, entrambi sviluppando assoli dall’architettura complessa e sghemba sui solchi della tradizione moderna, di Herbie Nichols e Thelonious Monk da una parte e di Joe Henderson e Sonny Rollins dall’altra (eseguiti alcuni original, incorniciati dal brano d’apertura di Nichols “Change Of Season” e da quello di chiusura di Mingus “Reincanation of a Lovebird”).
Un’incontenibile energia e traboccante espressività, quelle espresse dal tenor sassofonista Nicholas Lecchi, che con il suo quartetto s’è esibito nelle ore notturne con un hard bop estroso ed esuberante.
Per la sezione che si potrebbe definire di jazz contemporaneo sono stati presentati il Dialect Quintet di Alexander Hawkins, il quartetto Via del ferro, il quartetto Lux (che ha sostituito all’ultimo momento il preannunciato duo Dave Holland/Lionel Loueke che ha cancellato il tour europeo a causa di problemi di salute occorsi al contrabbassista inglese), il quartetto di Danilo Pérez, il duo Barry Guy/Jordina Millà e Aruan Ortiz al piano solo (Marc Ribot è un discorso a parte, più spostato verso l’hard rock e il blues protestatario).
La produzione originale Dialect Quintet ha visto Alexander Hawkins al piano, Camila Nebbia al sax tenore, Giacomo Zanus alla chitarra, Ferdinando Romano al contrabbasso e Francesca Remigi alla batteria, che si sono espressi in tumultuosi e densi interventi free diversamente strutturati, sia inserendo parti composte sia lasciando libero sfogo alla creatività estemporanea, il tutto costellato da abrasivi assoli individuali ben incasellati nell’insieme (apparentemente) caotico.
Il gruppo Via del ferro (The Iron Way) è meno densamente burrascoso rispetto al Dialect Quintet, è più incentrato sulle individualità solistiche di Alex Hitchcock al sax tenore e di Maria Chiara Argirò al pianoforte e synth, accompagnati con ampia libertà espressiva da Michelangelo Scandroglio al basso elettrico e Myele Manzanza alla batteria: c’è più marcata e maggiore alternanza fra momenti di free e altri più pacati e distesi, a volte cantabili; ci sono più reiterazioni melodiche e crescite e decrescite d’intensità, il tutto esternato con groove energico, paesaggi sonori elettronici e terrose linee di basso.
Pochi invece i momenti free nella performance del Lux Quartet, co-diretto dalla pianista Myra Melford e dalla batterista Allison Miller e completata dal sassofonista Dayna Stephens e dal contrabbassista Nick Dunston, dove tutto quello che è composto viene eseguito con pesata esattezza e quello che viene improvvisato è studiato per essere inserito in un insieme pensato e strutturato, anche se ogni musicista si muove dentro e fuori dalle composizioni con grande libertà. È avant-jazz di pregio, che tocca via via composizioni atonali, brani modali, intricati metri dispari, swing strascicati che ricordano il Braxton dei primi anni Settanta, assoli, anche lunghi, di Stephens e della Melford, la quale passa da furori ritmico/melodici meticolosamente debordanti a momenti rarefatti e intimisti, e una sezione ritmica che si ritrova un uragano d’energia nel drumming della Allison: è stata una delle punte artisticamente più alte del festival.
Il trio di Danilo Pérez al piano, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria, che era quartetto quando lo guidava Wayne Shorter, lo torna ad essere ora con l’aggiunta del tenor sassofonista Ravi Coltrane per onorare proprio la figura del grande musicista di Newark scomparso nel 2023 attraverso il progetto Legacy Of Wayne Shorter. I tre, cimentandosi con brani di Shorter tipo “Sanctuary”, “Miyako” e “Footprints”, utilizzati come un canovaccio intorno al quale intrecciare una musica continuamente cangiante, si intendono a meraviglia con un senso telepatico che ha del sorprendente, rispondendosi e commentandosi a vicenda con prontezza felina, tanto che l’ospite Coltrane, figlio di tanto padre, pur eccellente e pieno di pathos, è sembrato leggermente scollato dal gruppo. Anche in questa occasione si è unito con efficacia Joe Lovano nel brano “Which Hunt”.
Con il duo formato dalla pianista Jordina Millà e dal contrabbassista (a cinque corde) Barry Guy, uno dei padri della musica improvvisata europea, si piomba dentro alla poetica della musica astratta, dada e rumoristica, liberamente improvvisata attraverso grande varietà di suoni e rumori prodotti sia insieme che separatamente su un’ampia gamma dinamica.
Il pianista Aruan Ortiz s’è esibito in solitudine, ripercorrendo le strade del suo recente disco “Cub(an)ism”, idealmente il cubismo applicato alla musica cubana. Considerato il titolo e il pedigree di Ortiz, l’influenza cubana è però meno palese di quanto ci si potrebbe aspettare: la musica in un unico flusso di coscienza senza interruzioni viene di continuo smantellata e riformulata con le figure che cadono e si riorganizzano in un qualcos'altro di diverso e con i vari componenti che sembrano slegati o inappropriati, ma che alla fine, inseriti nel contesto generale, svelano compattezza e un proprio conseguente equilibrio formale.
Con il quartetto di Marc Ribot Hurry Red Telephone (citazione dalla poesia di Richard Siken “Several Tremendous”) si scivola verso sonorità hard rock e post punk, soprattutto per la presenza dell’altra chitarrista Ava Mendoza, oltre al contrabbassista Sebastian Steinberg e al batterista Chad Taylor. Il gruppo ha regalato una performance da potersi considerare, pure questa, una delle vette artistiche del festival. Ribot le ha conferito un’impronta fortemente politicizzata, tanto profondamente sentita da apportare alla musica un forte sincero pathos e una struggente emozione: “So che siete qui per la musica e non per discorsi politici”, ha detto il chitarrista, “ma questi ultimi due mesi sono stati molto difficili per noi: un dittatore fascista sta prendendo il controllo del nostro Paese”. Inoltre, come bis, ha dato una interpretazione struggente e sui generis di “Bella Ciao”, cantata da lui in inglese e che già aveva cantato e suonato in un recente disco con Tom Waits: la sua cruda interpretazione vocale è piena di angoscia e tormento, l’assolo di chitarra colmo di rabbia e sdegno, sublime chiusa a un concerto in cui aleggia costantemente nell’aria lo spirito di Albert Ayler in un flusso musicale lancinante e esacerbato.
Per finire due cantanti fra le più apprezzate della scena odierna: Lizz Wright e Dianne Reeves. La prima, accompagnata da un quartetto professionalmente ineccepibile (Kenny Banks Sr al piano e all’organo, Adam Levy alla chitarra, Ben Zwerin al contrabbasso e Marlon Patton alla batteria) ha cantato canzoni gospelizzanti, blues e pop-folk prese in parte dal suo ultimo album “Shadow”, ma anche spaziando in altri lidi, per esempio con un’avvincente interpretazione di “Old Man” di Neil Young. La sua voce da contralto è scura, possente, a tratti sensuale, nel gospel ricorda Mahalia Jackson, pur se non con il medesimo profondo pathos, nel folk-jazz Nina Simone annacquata con Joan Armatrading.
Dianne Reeves è invece la tipica jazz singer il cui stile, nella fattispecie, deriva da Sarah Vaughan e Betty Carter, caratterizandola con una voce profonda e inflessioni hot, con un uso canonico dello scat e un senso di libertà e giocosità sul palco che ha coinvolto gli spettatori (Donizzetti all sold out, come lo sono stati tutti i concerti della rassegna). Accompagnata da John Beasley all piano, Romero Lubambo alla chitarra, Reuben Rogers al contrabbasso e Terreon Gully alla batteria ha interpretato con maestria e forte espressività canzoni di diversa provenienza, dalle davisiane “What’s New” e “All Blues”, a “Minuano” di Pat Metheny, da “Peace” di Horace Silver a “Dreams” dei Fleetwood Mac, con la mccoytyneriana “You Taught My Heart To Sing” come bis, accompagnata dal solo Lubambo alla chitarra. Pubblico in visibilio. Meritata chiusura per una riuscitissima edizione del festival. Aldo Gianolio


CCCP - FEDELI ALLA LINEA: Gran Galà Punkettone 2025
Teatro Valli – Reggio Emilia, 21 marzo 2025
Un anno e mezzo è trascorso da quel Gran Galà Punkettone, quando Annarella Giudici e Giovanni L. Ferretti entravano la prima volta in teatro dalla porta principale a fondo platea, accompagnati dalle note di Annarella suonate alla chitarra da Massimo Zamboni, che li attendeva da un lato del palco mentre dall’altro un sornione Danilo Fatur assisteva a tutta la scena. Da quel momento così intensamente sceneggiato il risveglio della cellula dormiente è diventato di dominio pubblico e da lì in poi, come tutti sappiamo, il corso degli eventi ha superato di gran lunga ogni più rosea aspettativa. Un anno e mezzo dopo – in un parallelo funzionale con quel “Le idi di marzo” che era il nome del festival di Melpignano che portò i CCCP a suonare a Mosca e Leningrado nel 1989 e poi l’anno successivo, allo scioglimento degli stessi CCCP dopo la caduta del muro di Berlino e quasi in concomitanza con la dissoluzione dell’impero sovietico – la scena si ripete ma al contrario. Annarella e Ferretti ora scendono dal palco e si avviano verso l’uscita, lentamente, con la stessa enfasi di allora indugiando, per dirottare sguardi verso il pubblico intorno prima di essere inghiottiti dal bagliore di luce accecante dilatato dalla spessa coltre di fumo. Dunque siamo di nuovo all’epilogo ma questa volta con una cerimonia di commiato, in esclusiva per la città di Reggio Emilia e in concomitanza con la pubblicazione del cofanetto che contiene il riassunto audio e video dei primi due Gran Galà, a mitigare per quel che può l’attesa per i sette concerti finali fissati per l’estate. Una cerimonia fortemente voluta che ovviamente raggiunge la sua massima esaltazione nel secondo atto, quello del commiato vero e proprio, quando si alza il sipario sulle gigantografie iconografiche dei leader politici di un est europeo che può fare persino nostalgia, allo stato attuale delle cose. Fatur le strattona verso terra una ad una sotto lo sguardo attento di Annarella e al loro posto scende un caleidoscopio di vessilli a simboleggiare la frammentazione e l’oblio dopo il crollo di una distopia dogmatica. All’ombra di quei vessilli, poi, altri piccoli gesti ugualmente simbolici da parte di ognuno dei CCCP, ritornati per l’occasione ad essere solo loro quattro, col comunicato letto da Zamboni che riecheggia soprattutto in quel “non ci sarà un altro episodio: l’epica dei CCCP termina qui”, e questa volta c’è da credere che sarà così. Annarella si sfila gli zoccoli e li rimette nel baule, Ferretti declama “…All'erta sto come un russo nel Donbass come un armeno del Nagorno-Karabakh…”, Zamboni si occupa della ritmica con basso e batteria elettronica e Fatur, come sempre, armeggia coi suoi “gingilli”. Poco più di una ventina di minuti in tutto, prima dell’epica finale sulle note di Annarella e una parabola che dopo quaranta e passa anni si avvia solennemente alla sua dissolvenza definitiva. Andrea Amadasi


Nana Bang
Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp
Teatro Borsoni, Brescia, 23 marzo 2025
Non sarà come ai “vecchi tempi” – che tanto vecchi poi non sono: parliamo di circa tre lustri fa – in cui Brescia respirava brezze una tantum non inquinate dalle industrie ma creative, ciò nonostante è un gran bel segnale che una delle colonne della scena cittadina torni in pista tastando il polso al qui e ora. Marco Obertini (promoter, DJ e svariate altre cose: lui, comunque, preferisce definirsi “agitatore”) conferma uno sguardo da sempre focalizzato sull’attualità nella rassegna curata al Teatro Borsoni intitolata “Café Tassili”: il nome, infatti, mette in risalto l’idea di un luogo di incontro e una concezione del viaggio sonoro come esperienza (multi) culturale, sottolineando quanto confini e barriere siano concetti insensati. Anche se il mondo occidentale spinge in direzione contraria, per fortuna c’è chi ancora si affida alla curiosità, all’apertura mentale e al crossover e, dopo il concerto di Bombino nell’ottobre 2024, invita sul palco Massimo Siviero, Sarathy Korwar e per l’appunto la Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp, alla quale è spettato il compito di inaugurare la rassegna con un’entusiasmante musica “totale” che scavalca i generi e le categorie perché sa da dove proviene e dove è diretta.
Con la contaminazione e la trasfigurazione del passato lavorano anche Andrea Fusari e Beppe Mondini alias Nana Bang, progetto scaturito dai Gurubanana che ha preceduto gli svizzeri in una scelta molto azzeccata, poiché il loro minimale, surreale folk elettroacustico percorso da ricordi blues, tecnologia garagista, finestre melodiche d’autore e stralunate filastrocche incarna l’anello di congiunzione tra Kevin Ayers, i Violent Femmes e dei Suicide con la gioia di vivere. Se per alcuni saranno una sorpresa (cercate i loro dischi: ne vale la pena), l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp può essere annoverata senza alcun dubbio tra i classici contemporanei. Seria però mai seriosa, la folta banda elvetica vanta il dono dell’originalità e da tempo porta avanti una concezione di suono “progressista” che, assecondando istinto e ragione, trasporta in una fertile terra di nessuno dove carezze folk, obliquità new wave, tiro afrofunk, archi torti e ritorti, ottoni che sferzano e voci che si intrecciano sono magnifica cosa sola e, sì, unica. Decollando da album di eccellente fattura, nel loro caso la dimensione concertistica costituisce uno spazio ideale per sprigionare l’intesa ineffabile che sul serio appartiene a un’orchestra onnipotente: ovvero, al collettivo capace di costruire solidi ponti tra ipotesi di The Ex color pastello e di una Penguin Cafè Orchestra punkettosa, di travolgere con un misto di gioia e introspezione e, attingendo da un post che è prima attitudine e poi stile, di disegnare panorami in cui ti smarrisci. Dopo bis invocati con entusiasmo ti scopri felice e carico di energia. Di più, da una fresca domenica sera di inizio primavera non avresti potuto desiderare. Giancarlo Turra


Thus Love/Dream Nails
Covo Club, Bologna, 15 marzo 2025
I Thus Love si sono trovati appena prima della pandemia in un fienile in mezzo a un bosco nei pressi di Brattleboro, nel Vermont, l’hanno chiamato “Hobbit Hole” e ne hanno fatto il quartier generale dove scrivere e registrare le loro canzoni. Non hanno alcuna attinenza apparente con Joseph Rudyard Kipling, che pure a Brattleboro trovò dimora sul finire del 1800 e vi scrisse, tra gli altri, “Il libro della giungla”, e nemmeno con H.P. Lovecraft, che in quella cittadina ha ambientato parte del racconto “Colui che sussurrava nelle tenebre”. Piuttosto, vanno in giro con un’attitudine dichiaratamente queer – si fanno chiamare con pronomi tipo they/them (aka Echo Mars, voce e chitarra), he/they (il batterista Lu Racine), she/they (la bassista Ally Juleen) ed infine he/him (Shane Blanck, chitarra e synth) – e da quel fienile in mezzo al bosco sono poi usciti con due dischi che, questione di tempo e opportunità, li faranno famosi. Nel frattempo arrivano in Italia di soppiatto per un paio di date (Milano sold out e Bologna quasi) inserite in un fugace tour europeo che a loro fa curriculum mentre noi che siamo diversamente giovani e nostalgici, apprezziamo anche per la situazione contingente (l’intimità del piccolo club, i gruppi tutti da scoprire, vecchi e nuovi amici che si incontrano…) che un tempo era la normalità e oggi fa venire la pelle d’oca per quanto fosse romantica e ancora non lo sapevamo.
Ad aprire la serata sono le Dream Nails, un terzetto al femminile (o riot girl, o transgender che dir si voglia) proveniente da Londra, che ama definirsi una via di mezzo tra Ramones e Bikini Kill ma, pur non difettando in simpatia, con una personalità che al momento sembra ancora compressa al livello delle intenzioni. Anche per loro due soli dischi all’attivo e quindi una manciata di canzoni che incuriosiscono più per le tematiche dei testi che non per il genio artistico e, per tale che è l’omologazione con i canoni estetici del post punk in voga negli ultimi anni, dopo averle ascoltate risulta difficile pronosticare loro un futuro minimamente radioso. I Thus Love, al contrario e come già detto, di personalità ed esuberanza ne hanno da vendere a rimorchio di Echo Mars, il frontman con l’espressione strafottente à la James Dean che si confonde in una morbida ambiguità fatta di sguardi e ammiccamenti ad ampio raggio. Soprattutto però hanno già un ampio repertorio di canzoni ispirate che acchiappano al primo ascolto. Ci puoi sentire i Dream Syndicate come i Pavement in On The Floor o Lost In Translation, ad esempio, altrove riverberano i Replacements, ma tutte sono solo attinenze che valorizzano un percorso stilistico personale che i Thus Love si stanno costruendo con cognizione e buon gusto. E poi dal vivo, già alla loro giovanissima età, sono essenziali, eccitanti e divertenti, il che rende tutto più esclusivo e unico, non solo in prospettiva. Andrea Amadasi


Fennesz
Napoli, "Live In Auditorium" (Rockalvi Main Out Basemental), Auditorium Novecento, 13 marzo 2025
Dopo vent’anni Fennesz torna a Napoli. Su disco il meglio ormai viene dal passato. Cosa aspettarsi dunque da un live del restio musicista austriaco? Non so se tutti hanno apprezzato (la maggior parte sembra di sì), ma la versione della sua musica, questa sera, non aveva molto a che fare con le sonorità sospese dei dischi. Certo, il modo di trattare il suono e di lavorare i pezzi è lo stesso, e in questo è decisamente un maestro, ma, questa sera, è proprio il suono, la matrice sonora a deflagrare, e Fennesz ne ha assecondato i sommovimenti magmatici. Sarà che qui ormai si vive di bradisismo e scosse telluriche, ma il concerto ha dirottato la musica dalle volute eteree, per certi versi ambient, verso profondità dense e scure, andando in profondità. I suoni non venivano dall’aria e manco dal tablet ma dalla terra, da sottoterra, con una fisicità debordante (un amico – per sicurezza – si è sentito il concerto con i tappi alle orecchie e “pazienza – ha detto lui – se ho perso qualche armonica”) in cui le sfumature non sono state date da discrete linee eleganti ma da bordate di noise, in un flusso incandescente ma oscuro, sotterraneo, che – però – fa sentire il suo effetto in superficie. Le casse, come totem postapocalittici o antenne mimetiche, sono state le vere protagoniste. E, inutile nasconderselo, tra queste masse sonore non è improbabile avvertire avvisaglie di guerre incombenti, di altri boati o ruggii, di altre sirene. Forse la rabbia (sì proprio rabbia) con cui Fennesz ha aggredito più che suonato la chitarra ha a che fare con queste avvisaglie. Meno consapevole e denso ma bravo Noklan che lo ha preceduto e introdotto con un set all’altezza. Girolamo Dal Maso


Godspeed You! Black Emperor
OGR, Torino, 8 marzo 2025
Alle otto di sera l’imponenza architettonica postindustriale delle Officine Grandi Riparazioni (in sostanza, dove per circa un secolo e fino al 1992 si faceva manutenzione ai treni) fa da sfondo al lungo serpentone di gente in attesa di entrare, regalando un supplemento d’enfasi visiva alla prima del ritorno in Italia dei Godspeed You! Black Emperor, già segnalati in ottima forma dagli “spifferi” francesi e soprattutto spagnoli dei concerti immediatamente precedenti. Nonostante questo però, il sold out non è nelle corde dei GY!BE in un luogo così grande e incombente, ma a ben vedere è pure meglio così, con quegli ampi spazi nelle retrovie dove potersi accoccolare in comodità e godere di un’esperienza differente, meno conforme alla situazione e quindi più intima, in ogni caso molto immersiva. Prima però c’è da scrollarsi il pur volenteroso Mat(hieu) Ball, il chitarrista dei Big Brave che usa sollecitare compulsivamente sugli amplificatori le meccaniche per nulla celesti della sua Gibson per scatenare un lungo bordone di stridori saturi che si collocano nell’ambiente come complementi di design sonoro sì ricercati ma discutibilmente significativi, e che alla fine non fanno clamore né lasciano segni particolarmente indelebili nella memoria. Poi alle dieci le luci tornano ad abbassarsi e, come loro consuetudine, uno alla volta i GY!BE salgono sul palco per raggiungere ognuno il proprio strumento nel proprio spazio di pertinenza, lungo una linea a semicerchio anche questa ormai consolidata. Da questo momento gli elementi che contraddistinguono lo spazio, il suono e le immagini vintage proiettate con pellicole sovrapposte da Philippe Léonard, appostato di fianco al mixer, si uniranno in una simbiosi situazionista così esclusiva che non lascia prigionieri, lungo l’ora e mezza di concerto tra cavalcate strumentali imponenti e stratificate e momenti in cui i più piccoli dettagli fanno la gran differenza. Un concerto che ha come spina dorsale la quasi totalità dell’ultimo disco: all’inizio Sun Is A Hole Sun Is Vapors, Babys In A Thundercloud e Raindrops Cast In Lead sono però ancora più dilatate, epiche e avvolgenti, ogni singola nota di ogni singolo strumento è compiuta e definitiva. Poi Fire at Static Valley si colloca come frangiflutti prima di Pale Spectator Takes Photographs e Grey Rubble - Green Shoots, infine Moya e BBF3 completano il lungo giro sulle montagne russe. Alla fine, mentre i GY!BE se ne vanno così come sono arrivati, è subito il momento di riavvolgere il nastro e rivivere i momenti più emozionanti, e sono tanti, mentre le luci si accendono (rimaste spente per tutto il concerto, con gli unici riflessi luminosi che provenivano dalle immagini proiettate sullo sfondo) e il deflusso lento e confuso delle persone descrive di qualcosa di grandioso che si è appena concluso. Andrea Amadasi


The Limiñanas
The Fighting Cocks, Kingston, London, 25 febbraio 2025
Incontro i coniugi Limiñanas (Lionel e Marie da Perpignan, sud della Francia) nello storico record shop Banquet Records a Kingston, sobborgo a sud-ovest di Londra, per la presentazione del nuovo lavoro “Faded”. Foto e firme di consuetudine per soddisfare i fan presenti e via al Fighting Cocks, pub locale dove in serata è prevista l’esibizione che Lionel mi preannuncia in formazione quintetto, con bassista, tastierista e voce/chitarra acustica ad accompagnare Marie (batteria e voce) e Lionel (chitarra). Si inizia con lo strumentale, da fatidica colonna sonora di un film immaginario, Spirale, seguito a ruota dal bel singolo Prisoner of Beauty, e Shout, dove la voce di Tom (Gorman, ex cantante dei Kill the Young) cerca di non far troppo rimpiangere quelle di Bobbie Gillespie e Timothe Regnier (aka Rover), rispettivi ospiti d’onore in Faded. Questo trittico iniziale accantona per la serata l’ultima prova discografica dei nostri per passare ai classici di una discografia ormai ventennale: l’ipnotico numero sixties Down Underground, le delizie garage pop Salvation e Shadow People, la newordiana The Gift e Instabul Is Sleeping, connubio perfetto tra Velvet e Joy Division con le tastiere che creano rassicuranti spiragli e bagliori di intensa luce che spezzano l'oscurità dei quattro minuti di durata. Inaspettatamente, almeno per me, arriva l’ottima, selvaggia e tiratissima, cover di TV Set dei Cramps, con Tom che improvvisamente si trasforma in licantropo ed offre probabilmente la sua migliore performance vocale della serata. A seguito dieci e passa minuti di pura estasi kraut (o, come dicono loro, Fraugrock!) di una (da me) non ben identificata track (sorry!) che potrebbe facilmente rappresentare l’apice del concerto se non fosse che parte Je m’en vais con il suo incedere ipnotico, così semplice ed efficace che dopo tre minuti si trasforma in Rocket USA dei Suicide in tutta la sua ieratica ripetizione, grave e solenne, per un finale davvero strepitoso. Con tale conclusione le richieste di bis del centinaio di presenti passano, giustamente, del tutto inosservate. Merci Marie, Merci Lionel. Ferruccio Guglia


Il Teatro degli Orrori
Vox Club – Nonantola (MO), 20 febbraio 2025
Per capire che è un periodo propizio per le reunion basta guardarsi intorno. Spesso ci sono anniversari da cavalcare ma a volte no e in ogni caso si mettano l’animo in pace i bastian contrari di professione, la logica del “mai dire mai” è eterna e universale e, nello specifico, si spalma sulla voglia di tornare a suonare insieme parimenti a quelle cose là, innominabili perché fa brutto ma se lo chiedete a Gionata Mirai ve le chiama per nome senza problemi e c’è da fidarsi… Perciò questo è il momento del Teatro Degli Orrori – fino a qui, probabilmente la migliore e più importante band italiana di questo secolo – e la data zero di Nonantola del tour “Mai Dire Mai”, lo diciamo subito, ha decretato una band in buona salute, che probabilmente non ha nemmeno dovuto fare un gran rodaggio per ritrovare l’armonia giusta a nove anni dall’ultimo concerto insieme. A differenza del passato, Pierpaolo Capovilla è il primo a salire sul palco: con la calcolata indolenza tipica della sua teatralità raggiunge il microfono e vi si congela accanto per qualche secondo, quanto necessario a Gionata Mirai, Giulio Favero e Francesco Valente di predisporsi al proprio rango. E subito dopo, sono le nove e un quarto, si compie il ritorno del Teatro Degli Orrori, da quel “possiamo incominciare” che è l’incipit di Vita mia, alla quale seguiranno in sequenza Dio mio e Lei venne per completare un trittico romantico e formale allo stesso tempo, dato che ricalca in toto l’inizio di “Dell’impero delle tenebre”. E sarà proprio il disco da cui tutto ebbe inizio, insieme al successivo “A sangue freddo” (di cui è freschissima la ristampa a cura di Overdrive Records) che risulterà il più saccheggiato di un concerto che nelle due ore di durata dimostra che quando si ha qualcosa da dire e da dare non servono effetti particolarmente speciali, è sufficiente saper maneggiare la giusta quantità di energia intervallando con qualche articolata introduzione, soprattutto se è di Capovilla. In questo caso per recuperare la confidenza lasciata scivolare via, nell’acqua sotto i ponti del tempo, quella inevitabilmente commovente su La canzone di Tom, quella allegra ma non troppo su Majakovskij e quella amaramente disillusa su Il lungo sonno (Lettera aperta al Partito Democratico). Poi è rimasto nervoso, potente, robusto e indisciplinato a seconda dei momenti, il suono di manovalanza aristocratica che mettono insieme Mirai, Favero e Valente, un fragore a volte così poco addomesticato che l’acustica solitamente ottimale del Vox fa fatica a restituire fedelmente. Alla fine per Il Teatro Degli Orrori e i loro fan le buone notizie sono due: la prima è che nessuno tra il pubblico ha più fatto caso al tanto tempo che è passato e la seconda, che siccome sembrano rose probabilmente fioriranno. Andrea Amadasi


Antonio Raia/Makoto Sato/Walter Forestiere/Chris Corsano
Napoli, Auditorium Novecento, 21 febbraio 2025
Ha iniziato Sergio Naddei presentando il suo ultimo disco, ma in realtà se stesso, la storia di un paguro che perde e ritrova la sua casa. In inglese si chiama Hermit Crab e qualcosa dell'eremita vagabondo c'era in lui, installato per qualche minuto su una sedia con la sua chitarra, insieme innalzata e custodita. Il disco è stato registrato nella riserva naturale del Cratere degli Astroni (vicino Napoli) e tratta in modo originale la questione abitativa che è una questione prettamente urbana. Il senso narrativo è dato da uno stile che combina come Grubbs-O'Rourke ai tempi dei Gastr del Sol vari approcci alla chitarra acustica. Ecco, allora, un po' di John Fahey e un po' di flamenco amalgamati in uno stile personale e piacevole.
Ma il piatto principale era un altro. Dopo l'ouverture ecco allora Roberto-C. ai disegni proiettati, figure in divenire per somma di frammenti colorati che giocano tra di loro, che hanno fatto da sfondo alla musica di Antonio Raia, al suo respiro e ai suoi sax, ma anche alle sue braccia a dirigere nell'ultima tranche i tre percussionisti compagni di ventura. Fra i tre la parte del leone l'ha fatta decisamente Chris Corsano, anche se si sentiva che il suono era, per quanto mutevole e variegato, uno. La musica (o forse suono?) è stata molto fisica e spirituale. Fisica come membrane ora battute (del resto che ci dobbiamo aspettare dai percussionisti?) ora accarezzate; spirituale come soffio, ritmo di vita, suoni di caos coordinato come nell'ultimo Coltrane o in Albert Ayler, come una vitalità sempre risorgente e sempre resistente, un flusso sonoro che è sia ancestrale che attuale, tanta energia trasmessa, energia positiva, come un mantra. In tempi di perenne emergenza, ecco il senso di qualcosa che "deve" urgere, insinuarsi come una crepa nell'immobilismo imperante come una gabbia di cemento, una crepa da cui fuoriesce un rivolo di suoni che sono luce, balsamo, sprone, pungolo. Curiosamente, il giorno dopo ho partecipato a una giornata di studio su Giovanni Testori, uno che invita a non lasciarsi vivere ma a prendere in mano, con amore e violenza, il proprio destino e a un incontro sulla drammatica situazione delle carceri italiane. In poche ore, ecco tre forme diverse di resistenza, di bellezza, di forza, di qualcuno che segue la sua strada trasmettendo, ora serenamente, ora disperatamente, empatia e compassione. Girolamo Dal Maso


The Courettes
Sonic Ballroom, Colonia, 22 febbraio 2025
Ritornano al Sonic Ballroom di Colonia a un anno di distanza e, come un anno fa, i Courettes riempiono il piccolo club di Ehrenfeld fino al sold out. In apertura ci sono gli onesti Filthstones che scaldano comunque l’ambiente. Poi entrano in scena Flavia e Martin Couri: tubino Sixties bicolore lei, completo all black lui. In anni e anni spesi a girare per i palchi di mezzo mondo i Courettes sanno come mettere in piedi un rock’n’roll show, lato estetico incluso e conoscono tutti i trucchi del mestiere per accattivarsi il pubblico. Attaccano con “You Woo Me”, uno dei brani del loro ultimo splendido album “The Soul Of …The Fabulous Courettes” che li ha visti virare decisamente verso il Sixties pop. In apertura il set si concentra proprio sulle nuove canzoni, poi il duo danese-brasiliano pesca a piene mani da un repertorio che si è fatto già piuttosto ricco, specialmente dal precedente “Back In Mono” da cui arrivano “I Want You! Like A Cigarette” e “Night Time” manifestamente ispirate ai girl groups, ma anche la ballatona “Misfits & Freaks” e una “Trash Can Honey” che tira fuori la più ruvida anima garage della coppia. Mentre Martin picchia sui tamburi con eleganza, Flavia si dimena, chiama gli applausi, imbraccia la chitarra come un fucile, si apre una via in mezzo alla gente, salta e suona sul bancone del bar fino a lanciarsi sugli astanti che la sorreggono sulle loro teste per riportarla sul palco. Poi fa inginocchiare il pubblico, un trucchetto appreso dai maestri Fleshtones, lo ipnotizza con un sermone prima di fare esplodere la sala con l’hit garage “Boom! Dynamite”. Non c’è spazio per uscire e rientrare, solo una pausa di qualche secondo per i bis: il morbido 60’s pop di “Keep Dancing” e l’ultrafuzzata avvolgente “Shake”, due dei pezzi forti del nuovo album. Poi solo applausi scroscianti e inchini del duo alla sala gremita. “Mach schau” era solito gridare l’impresario Bruno Koschmider ai Beatles durante la loro residenza all’Indra di Amburgo. Esattamente quello che i Courettes sanno fare oggi: make a show! Roberto Calabrò


The Messthetics with James Brandon Lewis
100 Club, Londra, 16-02-2025
A volte i (mezzi) miracoli si avverano: a distanza di 30 anni l’idea di vedere nuovamente in azione sul palco la sezione ritmica dei Fugazi mi eccita come un giovincello pruriginoso. Li avevo lasciati al porto di Catania nei primi anni 90 ai bei tempi di “In On the Kill Taker” e ritrovo Brendan Canty (batteria) e Joe Lally (basso) al 100 Club, leggendario locale londinese situato in un basement in piena Oxford Street, per l’ultima data del tour europeo del disco uscito lo scorso Marzo (per la leggendaria Impulse!) del trio strumentale The Messthetics (con l’avventuroso chitarrista Anthony Pirog), accompagnati dal virtuoso sassofonista James Brandon Lewis. Dopo il breve e quieto intro jazz Asthenia parte la gran cavalcata di Forth Wall, con la riconoscibilissima sezione ritmica che conferma in pieno le nostre aspettative (sì, sono proprio loro!...), con il sax di JBL in grande spolvero. Tutte le nove traccie dell’ultimo lavoro vengono eseguite durante la serata: l’hard funk danzereccio di That Thang; la monumentale Three sisters, col sorprendente intenso finale dai complicati intrecci chitarra/sax che si sfidano reciprocamente per alzare sempre piu l’asticella dell’ inventiva; la fujazziana (scusatemi ma non ho resistito) Time is the place; la miracolosa Boatly con inizio groove jazz lento che col progressivo e inesorabile aumento di tempo vira verso lidi post rock non dissimili a quelli frequentati da Godspeed You! Black Emperor ma con coda mozzafiato tra il sax esagerato di Lewis che sbraita, sbuffa e sbava e gli accordi pizzicati di Anthony. Quest’ultimo è un vero maestro nell’uso dei pedali e il suo effettato intro annuncia Emergence, ovvero la classica bomba fugaziana con l’urlante sax free jazz di JBL che rimpiazza le grida declamatorie di Ian e gli urli di Guy. A seguire L’Orso, un solido e robusto jazz rock. Grazie a ritmi rallentati del blues swing di Railroad Tracks Home tiriamo il fiato per un attimo. C’è spazio per due nuove  composizioni (la stesura del nuovo album è gia pronta, registrazione prevista entro l’estate): se Lopin’  è puro jazz classico,  Instanktive è una scheggia impazzita, suona come una versione ferocemente selvaggia e aggressiva della Mahavishnu Orchestra, con Anthony in versione novello McLaughlin amfetaminizzato. La stessa sensazione si prova con Mythomania e l’esplosiva Serpent Tongue (entrambe dal loro omonimo esordio del 2018) dall’irruente inizio e momenti di improvvisazione free al limite della cacofonia. Il bis è affidato alla cover Once upon a time di Sonny Sharrok, giusto per chiarire le coordinate e l’immaginario dei nostri in caso ce ne fosse di bisogno.
Sapere che Brandan e Joe sono ancora in giro è già di per sé un’ottima notizia; sapere che sono in ottima forma e che in questo viaggio sono accompagnati da due esploratori avant-jazz di questo calibro mi rende felice. Contastare che letteralmente spaccano (divertendosi da matti, come mi conferma il buon Brendan a fine concerto) e non hanno perso un minimo dell’onestà, coerenza, affabilità e modestia che li ha sempre contraddistinti, pone fine alla mia (eterna) sofferenza causata dalla mancanza dei Fugazi. La leggenda continua alla grande. Ascoltare (ma molto meglio, ammirare dal vivo) per credere. Ferruccio Guglia


24 Hours of Eno: La celebrazione del “bastardo piagnucoloso"
31 gennaio 2025
Sono alla diciottesima ora di visione/ascolto di “24 ore di Brian Eno” un prodotto strimmato a pagamento dalla Anamorph. E’ un loop di 4h 30’ di programma ripetuto per 24 ore e ad ogni reiterazione cambia composizione, durata e ordine dei frammenti audio-visivi che sono il database dello spettacolo. Come diceva Bob Ashley sulle sue “Private Lives”: un’opera da ascoltare quando ti prepari un panino o fai altre faccende.
Con inframmezzata una dormita di buone sei/sette ore, in questo caso la musica ambient è diventata la colonna sonora di casa mia. Come è- da vent’anni - colonna sonora da sale di attesa di day hospitals o chirurghi estetici, musica per spa e sale di in cui (per parafrasare McLuhan) “il massaggio è il messaggio.”
Come sempre con Eno, la musica vende concetti e - dietro questa 24h - si vende l’idea del “generativo” ovvero dell’algoritmo della Macchina che diventa arte. Un po’ come in quelle Chance operations cagiane, in questo caso ‘il computer’ mischia a caso materiale video eterogeneo per ricomporre filmati (diciamo) ’sempre nuovi.’ Il materiale usato è nel programma: un inedito documentario di 90’ “Eno”, spezzoni d’epoca tratti da un pre-quel già proiettato alla Biennale, una nuova composizione audio-video di Eno, la prima d’un filmato di un concerto di Laaraji, interviste con regista e troupe del documentario e nuovi elementi audiovideo-grafici.
L’idea è descritta come “un continuo fluire di arte, musica, e video per 24 ore di fila. Mostreremo sei versioni uniche dell’acclamato documentario generativo “ENO”, oltre a molteplici dosi di parti di “NOTHING CAN EVER BE THE SAME” che è il video di generative art firmata da Brendan Dawes and Gary Hustwit e basato sulle foto, interviste e filmati originali d'epoca da fonti usate nel documentario “Eno" seppure rimixate “in un febbricitante sogno senza fine.”
Quella del “sogno senza fine” è un’iperbole per il documentario, ma calza a pennello per definire il concerto di Laraaji, che ho visto ieri sera (in prima mondiale) intitolato “IT'S ALL LIGHT: LARAAJI AT NINE ORCHARD” (ovvero registrato nello spazio posto sulla torre dell’hotel Nine Orchard di New York, nella Lower East Side.) Filmato di musica ‘oltre la ambient’ perché se Laraaji - anche al recente Tiny Desk concert - ama suonare ancora il solito zither martellato dal suono pulito pulito, riverbero a parte, in quest’occasione dal vivo usa una dozzina di pedali (distorsioni flanger phaser delay etc.) quello che mi pare un moderno Gizmo (un aggeggio che mette in vibrazione le corde ad lib), oltre che una kalimba elettrificata. Musica che intriga parecchio e sta al primo disco di Laaraji per la Ambient di Eno quanto il Miles Davis di “On The Corner” stava a “Kind Of Blue.” Un concerto afoso, un soundscape abbastanza unico (con voci, risate, cantato e rumori di acqua sfrucugliata) e vivente grazie anche alle deliziose visualizzazioni psichedeliche inventate dal Liquid Light Lab, di cui ho riportato qui alcune foto, perché ne valgono la pena.
Tra le stranezze aggiungerei le “sessioni di ascolto” di Devon Turnbull (creatore delle casse OJAS) in cui sul piatto gira il vinile di “Plateaux Of Mirror” o di “Discreet Music” e ad ascoltarli il dettaglio inauditi. E tra le novità aggiungete la première mondiale di “BLOOM: LIVING WORLD,” un “video piece” firmato Brian Eno e Peter Chilvers.
Man mano che le 24 ore si dipanano, si manifestano le ripetizioni, nonostante il differente “missaggio,” che consente ai realizzatori di parlare di questo “documentario generativo ENO” come di qualcosa sempre diverso. Ed è all’avvicinarsi delle 24h di riproduzione di musica e discorsi Eniani - sempre a cavallo tra raffinato, “tardo lib” e tecnofilìa - inizio a formarmi due idee, figlie di questo florilegi/Eno.
Una è che la kermesse di 24h espliciti il desiderio di questo 76enne “produttore bastardo piagnucoloso” (come si autodefinì nel 1994) di conficcare solidi paletti miliari a punteggiare il suo contributo alla storia della musica pop, l’imperituro spazio che merita nel rock. Per i suoi fans odierni (di certo intellettuali, magari un po’ tardo-lib e spesso tecnofili) questa kermesse crea il definitivo strumento agiografico. Opera indispensabile per coltivare la brand/Eno in uno spazio economicamente significativo.
Il documentario e i frammenti aiutanop a rinfrescare la memoria dell’impatto/Eno nel rock. Così le prove pre-Eno degli U2 suonano orripilanti… E Eno lascia intendere che se lui non avesse messo Fela Kuti sul giradischi, David Byrne mai avrebbe immaginato i cori di “Remain In Light.” Persino Bowie arriva a dire che, nonostante molti non avessero chiaro cosa facesse Eno, comunque la sua presenza in sala di registrazione cambiava i giochi.
Il che introduce la seconda ipotesi, che mi porta a verificare gli effetti della re-iterazione continua di musica senza spigoli e sostanzialmente diversa ma molto simile a sé stessa. Ovvero che man mano che questo l’ascolto va avanti, l’ascoltatore espande uno spazio emotivo che negozia un senso di appartenenza calmo, riposante: come fosse un sedativo aurale (probabilmente il primo motivo alla base del successo della “ambient.”) Eno, non a caso, altrove afferma che è proprio “provocare appartenenza” il motivo fondamentale dietro ai gusti musicali che ciascuno di noi sviluppa.
Eno mi riporta alla mente i Settanta, un periodo così lontano da oggi che… si poteva fare successo teorizzando “musica rock concettuale.” Così si disse che la ambient veniva fuori da Eric Satie (le cui Gymnopedies sono spesso citate come ispiratrici del genere; ma allora i primi 3’ dell’Anello dei Nibelunghi, i.e. il prologo del “RheinGold” wagneriano, ha inventato il minimalismo?!) E si scomodò Marcel Duchamp perché, ricorda bene Eno, aveva messo un oggetto povero - un pisciatoio - nel museo. Eno sul pisciatoio di Duchamp aggiunge anzi il ricordo della volta in cui avevano esposto il ‘pissoir’ (per dirla in francese) in un museo britanno e lui andò a versarci della pipì Eniana. E visto che l’opera era sigillata in una teca, il Malandr/Eno non poté sortir fuori il pisell/Eno bensì dovette versar l’orina in una bottiglietta e solo poi - con la cannuccia - versarla dentro una fessura della teca. Se tutto poteva/doveva essere arte, quello era un pisciatoio - e come tale meglio pisciarci dentro, ricorda. Tutto cose senza più senso, oggi, anzi sul confine dell’arresto. Più edificanti, in tempi di deficit d’attenzione, i suoi ricordi su quelle famose “Strategie Oblique”: le originali erano memo scritti su tavolette di legno, solo in seguito commercializzati come intelligenti carte da Frate Indovino.
“24 ore di Eno” è insomma un “Greatest Hits” e un sofisticato prodotto di media art che chiede amore per via della propria naiveté (esecutiva, innaffiata con grande Tecnica produttiva) e buon gusto. Perché, ricorda Eno ad un punto: ‘“non devi suonare roba, bensì realizzare idee.” E di come si ritrovi a “piantare il seme di una musica e lasciare che fiorisca da solo [rectius: con l’algoritmo della Macchina.]
Tra le interviste gli spunti più interessanti indirizzi li ho trovati sul come costruire un timbro col synt: io creo soundscapes, dice, cioè “uno spazio [sonoro] in cui voglio essere.” Qui è il vero cuore della filosofia eniana: immaginazione timbrica che concepisca suoni come riflessi(oni) in progress del proprio carattere. Purtroppo ciò include legittimare l’imbarazzante collaborazione con Pavarotti (sul quale rimando all’ultima nota a pie’ pagina del libretto “Beatlemania”) divenuta - assolutamente inutile - colonna sonora del tragico scenario dei Balcani anni ’90, insieme a quel… “brutto-ma-Bono.”
L’opera soffre (o si beneficia) di brevi schermi neri e silenziosi, ma quasi sempre è monopolizzata da un continuo mash-up di suoni e immagini elettroniche dal ritmo/montaggio ossessivo-compulsivo, contrastante col calmo incedere della traccia sonora. Curioso che musiche ambient, cioè trame fatte da riverberi infiniti e filamentose note lunghe decine di misure, vengano commentate da immagini tendenti al costante movimento: perché questo gap parallattico?
Stando all’indicazione proposta sullo schermo ‘dal vivo’ la “24 Ore di Eno” è stata seguita da una platea globale di 900/1900 persone max. - che è un altro gap parallattico tra produzione sterminata e pochi fans. Il motivo? Boh.
Non so, ma in un momento particolarmente aulico del documentario, Eno esorta a confrontare “una serie di problemi separati” (ecologia, giustizia, relazioni con il pianeta ecc.) E apoditticamente: non dice neppure cosa fare ma promette - con fare Trumpiano - un mondo “nuovo.” Sì, ma quale esattamente? Boh. “Se ce la facciamo attraverso tutto, ci troveremo in un mondo migliore, molto migliore.” Cioè? “Sarà un nuovo posto.” Il tutto condito con toni alla Charles Manson, come quando parla di… arrendersi:

“arrendersi è la perdita dell’ego - smettere di essere te stesso - arrendersi è l’idea di come adattarsi per non venire distrutti.”

Capìta l’antifona? Luca Majer


Alessandro Stefana
“Visioni Urbane”, Rionero In Vulture (Pz), 30 dicembre 2024
La notte di Capodanno del 1952 Hank Williams muore nella Cadillac su cui un autista lo sta portando a un concerto. Sui sedili posteriori vengono ritrovati i testi di alcune di quelle che sarebbero diventate sue canzoni. Nello stesso anno la Folkways pubblica i primi tre volumi della mitologica “Anthology Of American Folk Music” di Harry Smith. Si nutre di date che si rincorrono come in un anello di Moebius e di un’epica di solitari e sconfitti il racconto strumentale di Alessandro “Asso” Stefana, che ribadisce, dopo l’ottima impressione destata dall’eponimo, secondo album uscito nel 2024 e giustamente presente nelle playlist finali (anche nella nostra generale), anche dal vivo personalità, visione, talento, solidità artistica. Il modo in cui porge i pezzi, languide digressioni per chitarra o lap steel e talora basi sparse e rarefatte che servono per dilatare i panorami, mostra come la comprensione di tutto ciò che è in senso lato folk (“è l’unico genere che attraversa culture e confini”, dice) sia avvenuta a livello non solo profondamente musicale ma anche di cuore e stomaco, portando nel sangue quel sentimento di elegia, di viaggio, di attenzione ai margini, di lotta. Il concerto si apre con The Wandering Minstrel e non ci potrebbe essere titolo più adatto per cominciare questo viaggio, con il sole a batterci indifferente e definitivo in faccia e la terra rossa di un’America reale e immaginaria, immaginifica, tutta intorno a noi. Come dice lo stesso “Asso”, con questo pezzo si parte dal folk americano per poi virare verso Oriente e tornare a casa. Ecco, in qualche modo riportano tutto a casa queste canzoni senza parole; solo in un pugno di frangenti è stata costruita la musica attorno a delle registrazioni della voce di Roscoe Holcomb, come ad esempio nella versione che guarda alle stelle di Man Of Constant Sorrow, così diversa da quella che abbiamo amato nella soundtrack di “Fratello dove sei?” dei fratelli Coen. Se Roscoe Holcomb era un minatore e quindi ha scavato tutta la vita nella polvere, Stefana decide di portarlo dall’altra parte, verso il cielo. Non per caso dopo il menestrello vagabondo è il tempo della casa (The House), dove risuona una chitarra che porta dritti dritti dalle parti del Jim O’Rourke di “Bad Timing”. In linea generale suoni lontani fungono da orizzonte per divagazioni tra Americana e ambient, come un incrocio implausibile e dunque perfetto tra il Bill Frisell di “Big Sur” e gli Stars Of The Lid. In chiusura Moonshiner (il distillatore in epoca di proibizionismo, ancora un paesaggio costruito attorno alla voce di Holcomb) due omaggi fusi in un medley a Simon Jeffries della Penguin Café Orchestra, che ha scombinato le coordinate musicali del nostro, aprendogli un mondo, e a John Fahey. Fantastico un po’: una collaborazione con Rhiannon Giddens e/o con Cesare Basile? Menzione d’obbligo per la realtà di Visioni Urbane, un centro polivalente magnifico e che semina cultura e musiche in un comune del Sud come Rionero in Vulture,in provincia di Potenza. Resterei volentieri dopo il concerto a fare chiacchiere, lo spazio è pieno zeppo di gente, l’atmosfera è informale e rilassata, ma mi aspetta più di un’ora di strada attraverso la Basilicata per tornare alla mia base temporanea, nelle terre che io chiamo Salernitanistan. Ne è valsa la pena. Titoli di coda. Nazim Comunale


“Dancity Winter Festival”
Foligno, Spazio Zut!, 28 dicembre 2024
“Dancity è un festival internazionale di cultura e musica elettronica, organizzato dall’omonima associazione culturale, che si svolge dal 2006 in Umbria. Il festival si costruisce sulla ricerca e la sperimentazione e sul connubio tra innovazione e tradizione, ospitando in luoghi suggestivi artiste/i internazionali, giovani talenti, produzioni proprie, prime assolute.” Lo tenevo d’occhio da tempo ma non ero ancora riuscito a capitarci. Finalmente questa edizione invernale di fine 2024 è stata l’occasione per venire a Foligno. Appuntamento di due giorni col Dancity Festival a fine anno a Foligno: mi perdo l’incipit con la prima italiana di Escapology, il nuovo live A/V di Kode9, ma la sera del sabato riesco comunque a vedere tre live, due dei quali molto interessanti. Il primo è la cosa migliore della serata: Giovanni Iacovella è un giovane batterista già attivo con She’s Analog e A Nice Noise; ha passato qualche anno ad Amsterdam e ha da poco fatto rientro in Italia. Il suo set è una serie di epifanie, agguati e illuminazioni che dimostrano la non comune capacità di raccontare una storia con gli strumenti (batteria ed elettronica), mettendo il virtuosismo al servizio innanzitutto dell’espressione. Difficile incasellare in un genere quanto proposto nel concerto che scorre rapido e naturale come acqua (ottimo segno, ne avremmo sentito volentieri ancora, non c’è stato un solo momento interlocutorio): in alcuni frangenti pare di ascoltare gli Storm’n’Stress che si pigliano a capocciate con Autechre dando vita a una sorta di scapigliato free glitch core. Un febbrile brulicare di idee, ritmi sghembi, dimostrazioni di inventiva e controllo, afrofuturismo, post-rock, indietronica spuria, memorie dello Squarepusher più efficace, Jaga Jazzist suonati da una one man band, Aphex Twin per il modo similare di condurre il ritmo, come un cavallo imbizzarrito ma agile e scattante. Oppure i Mice Parade remixati da Jim O’Rourke per quei quattro che se li ricorderanno. Il risultato colpisce e sorprende per energia e eclettismo: un hyper pop ascensionale che mette a frutto intuizioni tra le più disparate e le sintetizza in un’enciclopedia che ad ogni pagina presenta tesori. Ne sentiremo ancora parlare. Dalle stelle alle stalle col set di Carmen Villain, tra bordoni di synth, soffi (un clarinetto così ornamentale da sfiorare l’inutile), respiri, un rimestare di nubi elettroniche che può suonare accattivante per la grana dei suoni ma non lascia trasparire il lampo di un’idea interessante. Si chiude decisamente in crescendo con Pye Corner Audio, la cui ricetta è semplice ed estremamente azzeccata. Un suono scuro, suadente, che a me ricorda quello dei Laika, mentre a schermo (da dieci e lode la parte visual) scorrono frames di piccole apocalissi psichiche alla moviola, in un blob vintage visionario e perfetto per questi bassi wave rallentati e oppiacei. A un certo punto un vocoder krafwerkiano ci ricorda, come sottolineato anche dalle immagini, che passato, presente e futuro, sono solo nomi e un mood che porta dritto dritto agli incubi più sexy di Twin Peaks ci immerge in un vellutato stupore che sa anche di minaccia alla moviola. La musica di Martin Jenkins (date un ascolto a “The Endless Echo”, pubblicato nel 2024 da Ghost Box) è di un’eleganza sobria, classica, e riesce a evitare le trappole di didascalia e retorica grazie a una certosina cura dei particolari e a un respiro narrativo notturno e profondo. Complimenti ai ragazzi dell’associazione, con la speranza che lo “sfratto” dallo spazio Zut!, operato dall’attuale amministrazione comunale, non ostacoli il percorso di una realtà che merita attenzione, stima e supporto. Nazim Comunale


Deba: “Sufi Songs and Dance by the Women of Mayotte” / Sacro Suono Festival
Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, Napoli, 20 dicembre 2024
Ryley Walker
Auditorium Novecento, Napoli, 20 dicembre 2024
Venerdì prenatalizio, in una Napoli ingolfata dal traffico delle feste e dai turisti. Con lo scooter siamo corsi da una parte all’altra del centro storico tra sacro e profano, dai pressi del Duomo ai pressi dell’Università, un Medioevo che lascia le sue tracce e la sua storia che non vuole saperne di finire, due monumenti che si sono ricreati in vari modi, ma in fondo sempre gli stessi. Si inizia con un evento del festival organizzato da Enzo Avitabile. Questa sera tocca a un ensemble femminile sufi (Deba) che viene da sperdute isole dell’oceano, esposte a sole e cicloni. Il loro canto è una nenia danzante, fatto di melodie melismatiche di cui non è essenziale capire il significato. Ciò che conta è farsi rapire dal senso, una musicalità orante che è impastata di vita, anima fatta corpo e che ha trovato occasionale tappa del suo peregrinare nel gotico quasi astratto di Donnaregina Vecchia.
E poi via di corsa all’Auditorium Novecento, piccolo gioiello di acustica e storia musicale per Ryley Walker. In mezzo due oceani e un continente, ma la terra e il cielo sono gli stessi. Come ormai solito, nelle pause per accordare le chitarre il ragazzotto americano ci intrattiene parlando di vongole e conigli ischitani. Meglio la musica e, per capirne senso e sentimento bisogna partire dalla fine, dall’ultimo pezzo, un intenso e pure fedele omaggio a John Martyn (Over the hill). Sarà che curiosamente gli ultimi tre giorni prima avevo ascoltato vagonate di John Martyn (due raccolte che mi aveva passato anni fa Marco De Dominicis), non ho potuto non fare a meno di sentire l’affetto e lo studio di Walker per un tipo di songwriting e di fingerpicking, fatto di lunghe suite avvolgenti ma anche depistanti, con scorci e sortite inattese che, tuttavia, finiscono sempre per ricomporsi. Mettiamoci pure un po’ di Buckley (più padre che figlio) e, almeno per la parte elettrica, Warren Zevon, eppure questa è musica che non guarda al passato (anche se di essa si nutre meditandola senza sosta) e nemmeno al futuro: si gioca tutta nel presente, nel suo farsi e rifarsi, di sera in sera, di canzone in canzone, di viaggio in viaggio. Girolamo Dal Maso


Oh! Gunquit
Paper Dress Vintage, Hackney, Londra, 6 dicembre 2024
Noncurante dell’allerta meteo preannunciata dall’imminente arrivo della tempesta Darragh mi reco al Paper Dress Vintage, zona Hackney, un’accogliente boutique di vestiario con annessa saletta concerti. La serata promette bene. A scaldare il pubblico c’è il leggendario Barry Myers ovvero DJ Scratchy, (tour DJ dei Clash dal 1978 al 1980), come supporto una rara apparizione dei Future Shape of Music, ovvero il collettivo del chitarrista e produttore Alex McGowan (aka Captain Future), a “crime gospel and primitive blues” 9-piece. Mezz’oretta di gris-gris so
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